Pasqua

La mia città si anima solo per una processione. Migliaia di persone affollano le strade, si accalcano sui marciapiedi in piedi, immobili, per vedere le statue, si spintonano per passare da una parte all’altra, si fermano a salutare gli amici, si aggirano intorno ai perdoni in cerca della migliore angolazione dalla quale scattare una foto, si parano davanti alle statue per scorgere il mistero. E mi sento triste se penso al deserto che normalmente si vede per queste strade. Taranto rivive solo durante la Settimana Santa. Per il resto, è una città di morti viventi.

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Per il resto, mi sono resa conto di sapere ben poco sulla processione dei Misteri. Un’autentica tarantina dovrebbe fare da guida ai propri amici stranieri e illustrare i misteri della processione dei misteri.
Inoltre, non ho mai visto la processione del giovedì santo, quella dell’Addolorata. La cosa mi addolora profondamente. Deve essere spettacolare una processione tra i vicoli della città vecchia, così stretti da rendere l’assistere all’evento una vera penitenza.

Papà: “io non faccio rumore quando rientro”

Io: “Quelli che abitano in via Anfiteatro sono contenti che passi sotto casa loro la processione e non tu”

l’amore è sconvolgente

sto cambiando. questa storia mi sta cambiando. in una maniera radicale, totale, che ora ancora non riesco a comprendere.

non concepisco più, per dirne una, uscire come un peso, le altre persone come assolutamente odiose e insulse. riesco a immaginare quello che provano e a metterle davvero sul mio stesso piano.
cerco di guardare le cose dalla prospettiva di lui. determinati modi di esprimere l’affetto non sono gli stessi, e mi sto aprendo alla sua prospettiva. sto imparando la sua lingua, e lui la mia. e ne stiamo creando una nuova. la tensione che sento a volte è data dalla paura di non riuscire a crearla questa lingua.
cerco di trovare il linguaggio per esprimere i miei sentimenti – qualcosa che prima non mi era richiesta. Non sto cambiando, non perderò la mia identità. Sono già così, ho solo bisogno di tirarlo fuori.
cerco di dare la mia fiducia a qualcuno. gli dò il mio cuore in mano. con la consapevolezza che potrebbe distruggerlo ma con la coscienza che non lo farebbe mai.

1 mese

e se ne andò ottobre. se ne andarono le notti insonni per il jet lag, goldfrapp la mattina presto con la tenda tirata per non vedere il cantiere di terra marrone davanti a me, gli occhi rossi per i viaggi intercontinentali, il deserto del gobi dal finestrino dell’aereo, la voglia di sentirti e il non poter accendere quel prodigioso strumento che è il cellulare. se ne andò la mia dipendenza dall’approvazione della gente. anzi no, quella non se n’è ancora andata. piano piano va via la sensazione di essere sbagliata. forse a furia delle tue parole, forse a furia di felicità pompata nel cervello dai tuoi baci, dai tuoi occhi verdi. se ne andò la mia insicurezza. lasciò il posto a una fiducia tranquilla come il mare con la bonaccia.

venne novembre e venne la voglia di farti una torta. venne il rocky horror al cinema a bari, abbracciati con la mia guancia contro la tua barba. venne la pioggia sui finestrini che ci proteggevano mentre ti abbracciavo fortissimo e scoprivo la meccanica dell’amore. e quello che venne dopo ancora non si sa.

e ho voglia di tenere aperta una pagina di word

e ho voglia di tenere aperta una pagina di word e lasciarla bianca per tre ore, per riprendermi tutto il tempo che ora non ho più.

da quando scendo dall’autobus a quando metto piede fuori dalle porte dai rossi maniglioni antipanico, tutto il mio tempo è di qualcun altro.
fanno un gran rumore le porte coi maniglioni antipanico, il rumore della libertà. mi sento un’altra persona dopo averne varcato la soglia. così come mi sentivo diversa, pochi mesi fa, appena entravo. più adulta.

essere adulti vuol dire anche non avere tempo.

vorrei sedermi su una fontana di marmo gelata, e aspettare che la città si risvegli.
vorrei i privilegi di una bambina – illustrare la lezione sulle maschere di carnevale, farmi fare il latte la mattina, dondolare le gambe giù dal letto.

ho corso ovunque oggi, ho corso su e giù per le scale, ho corso per riprendere le locandine nere e gialle del concerto per portarle in libreria, ho corso nella più classica delle situazioni – per prendere l’autobus. ho un paio di ballerine gialle leopardate ai piedi e non potevo fare  a meno di essere orgogliosa di questa eccentricità. Ho i capelli corti, mi sfiorano la mandibola.
Sembri piccola, col nuovo taglio. Un’adolescente. Una ragazza, sei. 

Tutto questo autunno all’improvviso mi fa accorgere che anche io cresco lentamente.

platonic love

fuck chi storce il naso davanti ai miei facili entusiasmi
per una matita o per una battuta
le mie risate sono sguaiate perché non ho imparato come stanno al mondo i grandi
come si controlla la voce, quando si deve stare zitti e quando non si possono battere le mani
e le mie ingenuità mi fregano sempre

quando ad esempio credo di essere bella anche senza trucco
o di essere adorabile con la mia goffaggine che al massimo 

mi impedisce di stare vicino a te

ma come fai a essere così simile a me? non riesco a trovarti un difetto, mi dispiace. dovrai vivere su un piedistallo per un po’ – inconsapevolmente certo – mentre io continuerò a struggermi inutilmente.

 

Looking for love and feelings and cries and smiles

Tendo ad essere terribile. Mia madre dice che ho un carattere infantile. Quello di chi vuole tutto e subito. E poi sono ostile, orsa a più non posso. Non sono solo timida – tendente a essere di poche parole con chi non conosco – ma anche resistente alla socializzazione, poco propensa a dispensare sorrisi, anzi decisamente portata alla malinconia e al musonismo. Non mi devo meravigliare allora se resto tagliata fuori.

Però anche io sono come voi. Anche io desidero affetto, anzi lo bramo, come i gattini senza padrone per le strade. Perché allora il mio, di affetto, me lo tengo così stretto, evitando di mostrarlo ad alcuno?

Bascarsija nights

Di Sarajevo mi sono piaciuti:
-i gatti in cerca di coccole
-la musica blues (sevdah) che unisce le generazioni nel nome della tristezza allegra di chi si ferma a riflettere sulla propria vita (“sevdah è quando mio padre piange ed è felice” mi ha detto Haris nella sua spiegazione di cosa è sevdah)
-le feste dove tutti sono amici di tutti
-la grappa alla ciliegia a buon prezzo, come tutto il resto, cevapi e burek e croissant alla nutella compresi
-la moschea Bascarsija e il suo muezzin che ascolta musica dal cellulare
-Fuwad contento e innamorato della sua città
-le giornate sotto il sole, nonostante tutto
-trovare il blogger che leggevi quando avevi 15 anni e che ti ha dato qualche mito (Tank Girl, il Settantasette, MTV, gli Smiths, i flyer) e scoprire che è una persona meravigliossa
-fotografare Elisa con tutti gli sfondi possibili
-il tram rosso ciliegia a pois che non sono riuscita a prendere
-l’odore del narghilè
-le sere fredde nei locali a ridosso del fiume (Galore)
-non essere stata contenta di determinate situazioni ed esserlo adesso. Sono piena di contraddizioni, ma è una contraddizione essere felici adesso di qualcosa che nel passato ti provocava fastidio? Tutto è più bello nel ricordo. La prossima volta che mi lamento perché voglio tornare a casa alle 22 legatemi alla sedia

senza titolo

cose che mi rendono insofferente:

-la gente

-camminare senza meta per ore

cose che possono curarmi:

-il mare

-un bel caffè o un espressino freddo seduta al bar, di sera, all’ora del tramonto

Non vedo come questo possa dire di più della mia vita adesso, in questo esatto momento. Di cosa provo ora guardandomi indietro e dando un’occhiata al futuro. 
Ho trovato una nuova amicizia. Io desidero qualcuno che sia capace di sopportarmi. Lui cerca qualcuno che gli tenga compagnia. Entrambi siamo elitari, solitari, amanti delle conversazioni profonde. Amo ascoltare i suoi monologhi sconclusionati perché mi fanno distrarre, o forse per qualche altro motivo che non conosco. Amo fugare l’illusione di non essere sola. Lui ama credere che io sia piacevole. 

Conservo sempre la mia natura cerebrale. Metà della mia vita la spendo in elucubrazioni, tortuosi excursus e languidi rimuginamenti, con ben poca azione a fare da contraltare. E invece, bramo la vita, ho fame di piacere, sensualità, della freschezza e immediatezza dell’esperienza. Ma quale esperienza? Non lo so. Non saperlo non mi aiuta a cercarla.

Sono fiera di aver ripreso l’abitudine alla lettura. Mi dedico alle pagine mentre il bus mi porta a lavoro. A volte sono così presa che leggo l’ultima parola mentre scendo, con un piede sul predellino e uno sull’asfalto. Chissà chi mi vede cosa pensa – che strana, quella ragazza, così assorta in quegli oggetti misteriosi. 

La città sul mare

ho un sacco di foto. Le mie preferite sono quelle che ho fatto dal Vue, quando il Bund è una striscia luminosa e la torre della tv sono due sfere di strass rossi. Non ci sono io in nessuna delle foto. L’unica in realtà è stata scattata quando eravamo ancora in Italia, e sono io che sorseggio un bicchiere di succo d’arancia mentre sono comodamente seduta in una poltrona della business class.

Ho avuto ben poco tempo di pensare ai cambiamenti che si sono verificati nella mia vita negli ultimi mesi. Il solo fatto di aver fatto un viaggio senza aver perso o dimenticato nulla mi sembra un motivo sufficiente per decretare il mio successo. Tuttavia, ancora non riesco a rendermi conto di quello che mi sta accadendo. Tipo che se leggo i nomi delle persone che ho incontrato nell’ultima settimana mi viene mal di testa. Una che fino a due mesi fa riusciva con sforzo ad articolare qualche sillaba in presenza di persone autorevoli si deve abituare a parlarci, discuterci, dargli risposte e volendo anche a scherzarci. Adesso sono capace addirittura di arrivare in tempo agli appuntamenti (tranne quando mi vengono i colpi di sonno, in quel caso batto i record olimpionici di velocità), di sopportare la presenza di altre quattro persone per sedici ore, di fare quello che dicono gli altri, di Mi sento discretamente preparata a tirare fuori altre abilità nascoste, o quantomeno a evolvermi (se non altro per sopravvivere). Sono brava a sfidare i miei limiti. Forse perché l’ho fatto per tanti anni.

Di questo viaggio mi ricorderò: la bravura di Y. a parlare italiano, la bravura di Y. in generale, l’allegria di Y., le luci del tunnel del Bund, le luci del Bund, la cucina di “M”, le orchidee di “M”, le cartoline-segnalibro-brochure di “M”, il bagno del Peninsula, il rosso dei lounge bar, lusso sfrenato dei negozi, i cancelli dei quartieri che si aprono sui palazzi dai mattoni rossi, le ragazzine sorridenti impiegate nei colossi governativi, l’autista che ride a casaccio, il ponte di “Blooklyn”, i commessi del fake, le nuvole, le nuvole, le nuvole indistinte, un blocco costante e uniforme, la bellezza della città nonostante le nuvole, la bellezza che si svela di notte.