Sono troppo debole per essere sincera.
quando si è così deboli l’unica cosa che riesce facile è mangiare il gelato. Diventa difficile persino buttar giù due righe.
Ma posso anche far finta di leggere, lavare i piatti, dare l’acqua alle piante, comprare la candeggina -non riuscirei mai a leggere per davvero.
Quando si è così deboli si ha in mente solo la propria fragilità e solitudine -non si ha il coraggio di difendersi davanti a se stessi o agli altri, e a volte neanche di consolarsi di questa debolezza maledetta che somiglia un po’ troppo all’apatia -e forse in dondo lo è.
Mi rimpinzo di biscotti -almeno ho qualcosa da fare -fame nervosa, no?
Il calore del pomeriggio è straordinariamente adatto a quest’abbandono a cui mi offro -le tende si gonfiano, le lenzuola stese ondeggiano, l’ombra avanza in cortile -non mi sento in vena di far niente -tanto meno di pensare e guardarmi bene in faccia, neanche per sputarmi addosso

“Brass monkey, that funky monky!”: i Beastie Boys possono ripeterlo quanto vogliono dalle casse del computer mentre io non abbandono la mia postazione da cuoca da gourmet, qui, vicino ai fornelli.
E’ da un quarto d’ora comunque che questa scadente carne tritata e insaccata in qualcosa che somiglia alla plastica in modo da aver la forma di un lungo dita si sta cuocendo; la brodaglia verdastra in cui è immersa manda un certo puzzo di vino bianco. Forse ho esagerato col tavernello…
Mi dò arie da giovane single in carriera con poco tempo per cucinare mentre agito la padella a destra e sinistra e faccio finta di dimenticare che i giovani single in carriera comprano pasti a portar via, magari un kebab o del cibo cinese (ma che ne so io dei giovani single in carriera??). Ho uno schizzo d’olio sulla maglietta. La puzza è insopportabile. Mangio un cioccolatino. Mi viene da vomitare. Adesso mi sento più che altro una studentessa universitaria sfigata che non ha soldi per comprarsi roba buona da mangiare.
Meto la schifalsiccie di pollo, ormai cotte, nel piatto con l’olio vinoso e mio padre cominciaa mangiare.
“Chi le ha fatte, quelle salsicce?” mi chiede più tardi.
“io”
“E brava ciccia!”
Tanto si mangiano tutto qui.
(no, è che sono io brava a cucinare…)
post postum: per vedere il plurale di salsiccia ho cercato sul vocabolario.
post post postum: a pensarci mi viene ancora da vomitare.

la punizione per tutti i miei peccati
collezionare mp3 degli nsync per conto di mia cugina.

stamattina mentre stavo per entrare in un negozio di scarpe sono stata folgorata dallo sguardo strabiliante di uno sconosciuto;  in un istante il suo sguardo mi ha comunicato quello che molti in un milione di parole non avrebbero mai potuto dire, e nel suo sguardo ho trovato quello che ho sempre cercato in chiunque abbia mai incontrato: dolcezza, sensibilità profonda e dolorosa, empatia. il suo ricordo nella mia mente sbiadisce e allora cerco di riprodurre la sua forma splendida con le parole, però non mi riesce affatto; ho cercato di seguirlo ma l’ho perso di vista, e allora sono andata in libreria e ho comprato una sublimazione di Bellezza: cuore di tenebra di conrad, il libro che g. stava leggendo prima a fine maggio la scuola finisse. g. è la prima poesia vivente della mia vita, questo ragazzo la seconda.
se al concerto di lou reed a palermo vedete un ragazzo alto e magro coi ricci neri alla lucio battisti e i rayban scuri… saprete di aver visto g.